Narrazioni estive: E anche quell’anno arrivò l’estate!

 Testi prodotti  dai partecipanti al Corso di Scrittura Creativa Avanzato dell'Unitre di Alessandria.    

E anche quell’anno arrivò l’estate!
Patrizia Cancelliere
 

Giacomo veniva chiamato Mino in famiglia e non lo sopportava, gli sembrava un diminutivo sminuente. Molto meglio Giac, come lo chiamavano gli amici, che poi, in un impeto di esterofilia, era diventato Jack. Gli suonava molto più virile, sì, virile era la parola giusta.

Mino, o meglio Jack, aveva undici anni, era mingherlino, occhialuto e studioso. Aveva un fratello di diciassette, bello, sfacciato e palestrato che era il suo mito. Non aveva dovuto rimaneggiare il suo nome per sentirsi forte, lui. Si chiamava Furio e mai nessuno, tranne nonna Bice che aveva tentato con Fufù, subito cassato, aveva pensato che gli servisse un appellativo diverso per dimostrare la sua grinta. Era forte e deciso, il leader delle compagnie di cui faceva parte, di quella di città e di quella del mare dove i ragazzi si godevano due mesi estivi di vacanza all’anno.

Mino avrebbe voluto essere come lui e invidiava i privilegi che si era conquistato, la moto, le ragazzine, qualche sigaretta e il permesso di tornare a casa tardi la notte. Soprattutto, però, era affascinato dal suo carisma. Gli amici lo seguivano, accettavano le sue proposte, non contestavano mai le sue decisioni e chiedevano i suoi consigli. Voglio essere anch’io così, pensava Mino, ma chissà come si fa, si chiedeva. Interrogare Furio era impensabile, lo avrebbe deriso senza pietà. E così faceva timidi tentativi per farsi notare dai suoi compagni ma nessuno lo ascoltava, nessuno lo prendeva sul serio.

Si consolava leggendo molto: le avventure degli altri in mancanza delle sue.

I ragazzi della via Pál e Il signore delle mosche gli erano capitati per caso tra le mani. Li aveva divorati, mangiandosi contemporaneamente le unghie per l’emozione di aver trovato due perfetti manuali, pieni proprio di quelle istruzioni che tanto gli servivano.

Aveva decretato ad alta voce, nell’intimità della sua stanzetta: “Voglio essere come Boka e come Jack!” E si era riletto i libri ancora un paio di volte, prendendo appunti, per essere sicuro di aver imparato bene le tattiche da usare per diventare il leader di un gruppo.

Subito aveva voluto fare una prova. Si era presentato in piazza, alla solita panchina, senza il maglione a rombi con cui sua madre lo mandava in giro, senza essersi pettinato e con un pacchetto di sigarette di suo padre, vuoto e recuperato dall’immondizia, che gli spuntava dalla tasca. Agli amici, incuriositi dal suo cambiamento, aveva proposto di creare la loro Società dello stucco.

“Anche se sarò il Presidente,” aveva detto, democratico, ostentando un vistoso palpeggiamento del pacchetto di sigarette, “non lo masticherò solo io, lo masticheremo un po’ per uno, per mantenerlo morbido.”

“Ma tu sei matto! Che schifo!” Gli avevano risposto tutti, nessuno escluso. L’unico risultato che aveva ottenuto era stato di essere chiamato “mastica merda” per la restante parte dell’anno scolastico.

Come sono ignoranti, aveva pensato, disprezzandoli, ma era seguito un periodo di comprensibile depressione, durante il quale, approfittando del fatto che suo padre aveva dovuto chiudere un buco nel muro, aveva anche cercato di masticare dello stucco per vedere come fosse. In effetti, lo aveva trovato ributtante e aveva, perciò, deciso che avrebbe accantonato quella tecnica di leadership.

Continuando a riflettere a fondo sul problema, aveva, alla fine, deciso che avrebbe sperimentato le nuove tattiche, apprese da quei libri, che sembravano scritti apposta per lui, sugli amici del mare, più facili da manovrare perché lo conoscevano di meno. Aveva passato la primavera rimuginando, vagliando e studiando ipotesi diverse e pregando che l’estate arrivasse in fretta.

Le stagioni, impermeabili alle richieste degli esseri umani, tuttavia hanno i loro tempi e l’estate era arrivata, anche quell’anno, al momento opportuno, non un giorno prima.

Tutta la famiglia si era trasferita nella vecchia casa del paesino sul mare.

Mino aveva già stilato un elenco degli amici che ritrovava ogni anno ma sperava in qualche new entry che movimentasse un pochino il gruppo. Per questo aveva passato la prima settimana a girare per i Bagni Anita a reclutare ragazzi. Aveva elaborato un piano. Si avvicinava all’ombrellone, dove aveva individuato un potenziale soggetto che si stava annoiando seduto con gli adulti, e si presentava dicendo: “Ciao, mi chiamo Jack, vuoi entrare a far parte della mia banda?” Tutti, pur di sfuggire allo spettro delle vacanze con i genitori, accettavano con entusiasmo. In breve tempo, Mino aveva collezionato, oltre a una scottatura da paura sulle spalle, un gruppo di una decina di ragazzi. Era al settimo cielo. Ora si trattava soltanto di farsi riconoscere come capo indiscusso. Li aveva invitati tutti allo Scoglio del prete. Era una sera senza luna, una fortunata coincidenza che Mino aveva interpretato come un segno propizio. Il posto era buio, un po’ lontano dalle luci del paese e spesso frequentato dalle coppiette. Si era portato dietro una torcia elettrica ed era apparso in alto sul pietrone, puntandosi la luce sul viso da sotto in su, con un effetto davvero inquietante, facendo spaventare tutti.

Si era preparato un discorso che aveva declamato con voce che gli pareva piacevolmente possente: “Fratelli, io, che sono il vostro capo, vi condurrò alla vittoria! Cattureremo i nemici dei bagni Lido e li uccideremo tutti con i sassi della nostra spiaggia.”

Era andata benissimo, gli era sembrato di essere stato veemente e convincente.

In quell’attimo di pausa, si era inserita la voce di Edo di Saluzzo che aveva chiesto: “Ai Lido c’è mio cugino Alberto con sua sorella Chiara. Sono simpatici, perché dobbiamo ucciderli?”

“Perché sono i nemici.” Aveva risposto con sicurezza.

“Perché sono i nemici?” Aveva insistito quello.

Non sapendo più cosa dire, Mino aveva maledetto dentro di sé le parentele e aveva proseguito cercando di interessarli: “Costruiremo delle capanne per ripararci e accenderemo un grosso falò sulla spiaggia dove arrostiremo i conigli che cattureremo… “

“Non si possono costruire capanne e accendere i fuochi sulla spiaggia,” lo aveva interrotto Guido di Novara, “me lo ha detto il bagnino.”

“Io non voglio catturare i conigli!” Aveva dichiarato Massimo di Torino.

“E io non voglio arrostirli per mangiarli! Sei cattivo, cattivo!” Aveva urlato Bea, sua sorella.

Ora, tutti gridavano: “Cattivo! Cattivo!”

E poi, Leo di Asti aveva proposto di andare a prendere un gelato e se ne erano andati mollandolo lì, sullo Scoglio del prete, a meditare su come fosse difficile irretire le folle.

Mino aveva trascorso i giorni seguenti seduto sotto l’ombrellone, con la mamma e la nonna. Nessuno lo veniva a cercare e lui non cercava nessuno.

Poi, come tutte le estati, fu organizzato il torneo di biglie; la prima sfida era fra gli Anita e i Lido. Un pomeriggio, si era presentato Massimo di Torino.

“Ciao,” aveva detto, “cosa fai?”

“Leggo, non vedi?” Aveva risposto Mino, con malagrazia.

Massimo non si era lasciato scoraggiare e, spostando di qua e di là la sabbia con i piedi, aveva comunicato: “C’è il torneo di biglie contro i Lido, venerdì. Io ti ho visto giocare l’anno scorso e so che sei un campione. Vuoi essere il capitano della nostra squadra? Se tu ci guiderai, potremo fare secchi i nemici dei Lido che hanno vinto la scorsa estate!”

Mino non credeva alle sue orecchie.

“E farete tutto quello che dirò, senza discutere?” Aveva chiesto, sospettoso.

“Certo, tu sarai il capo,” aveva affermato Massimo, “e noi ti seguiremo!”

“Allora, ci serve un nome, ci chiameremo Le camicie rosse, anzi I bermuda rossi.” Aveva decretato Mino e, finalmente felice, si era avviato alla ricerca del sacchetto delle biglie, simbolo del suo futuro potere.

(foto scaricata da Pixabay)

 


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