HALLELUJAH

 

HALLELUJAH 
Nicoletta Frigo

Le notti in ospedale si assomigliano tutte. Il riposo accompagnato da rumori ricorrenti svela il passo di un'infermiera, il lamento di un malato sofferente, il suono roco di un campanello. Qualcuno chiede aiuto, voci sussurrate, tramestio, odore di disinfettante, un carrello che si sposta e poi ancora lo strano silenzio ovattato.

Tu riposi nel letto e io mi sono seduta per terra vicino alla luce notturna. Non voglio turbare il tuo sonno ma la notte è  lunga da passare. Ho indossato le cuffie per ascoltare un po'di musica e leggo un libro sfruttando il fioco chiarore. l'ho ripreso, e dopo averlo consumato in fretta ora lo gusto, parola per parola, frase per frase. Creo immagini, sono dentro la storia, dentro il fluire del racconto quando, dal lettore CD, parte una canzone. 

Elisa interpreta Hallelujah.  

Interrompo la lettura, alzo lo sguardo. Sei lì, respiri piano, i folti capelli bianchi posati sul cuscino, gli occhi chiusi, le braccia appoggiate lungo i fianchi. Sei debole dopo l’operazione,  tu così energico anche negli anni della vecchiaia  che  mi pare strano. Convinto che supererai anche questa prova. Sento una stretta al cuore, quasi un presagio e il mio ricordo va all'uomo forte che sei stato, al modello di vitalità, alle nostre affinità. Eppure siamo stati così distanti nelle convinzioni  nelle prese di posizione, nel confronto. Io chiusa nei miei risentimenti  tu forse ad apprezzare la nostra somiglianza senza esprimerlo mai.

E allora, mentre le note di Allelujah si fanno più alte e struggenti, mi alzo, mi accosto al letto, ti accarezzo la mano e ti poso un bacio leggero sulla fronte.

Sono qui con te papà e tu sei e sarai con me sempre.

Illustrazione - Pixabay



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